Food Photography, teoria, seconda parte.

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento.

Eugene Smith

Ansel Adams

Abbiamo tantissime cose da dirci, ma prima un omaggio che direi è d’obbligo. Sapete chi è il signore con il cappello (da cui non si separava mai come Indiana Jones)? Quello è Ansel Adams, il maestro dell’esposizione (inventò il sistema a zone) e del sapiente utilizzo della profondità di campo. 

Abbiamo visto nella precedente lezione cosa sono i diaframmi, oggi vedremo come il loro variare influisce sullo scatto.  

scala di diaframmi

Prima di analizzare queste immagini è importante precisare cosa si intende per messa a fuoco. In ognuna di queste fotografie ho messo a fuoco il fregio in metallo posto alla base della tazzina, perciò solo e ripeto solo tutto ciò che si trova sullo stesso piano del fregio è a fuoco, il resto è accettabilmente nitido. Ad ogni scatto della sequenza ho chiuso il diaframma di uno Stop, salta subito all’occhio come ogni oggetto diventi sempre più nitido con lo scorrere delle immagini, fino a vedere chiaramente lo sfondo a f/16, dove troviamo la massima profondità di campo (PDC). 

Nella Food Photography la profondità di campo è un concetto molto importante perché se applicata in maniera corretta enfatizza il soggetto principale, ma vista la ridotta dimensione dei set e la vicinanza della fotocamera al soggetto non sempre è facile “gestirla”, dato che è espressa nell’ordine di grandezza dei cm, se non addirittura dei mm. Vediamo attraverso la seguente tabella (che potete scaricare, creata “ad hoc” dal maritino) come destreggiarci in questo terreno insidioso. 

Nella sezione “selezione” vediamo i quattro valori da impostare: tipo di sensore, lunghezza focale, apertura del diaframma e distanza del soggetto.

  • Tipo di sensore: nel menù a tendina trovate diversi tipi di sensore, APS-C, APS-H, Full Frame e così via. Al momento io scatto con una Canon EOS 50D che monta un APS-C 1.6x Crop perciò selezionerò quello. Se non sapete quale sensore c’è sulla vostra fotocamera cercate quest’informazione sul manuale oppure su internet, la troverete facilmente.
  • Lunghezza focale: scrivete la lunghezza focale del vostro obiettivo.
  • Apertura del diaframma: impostate il diaframma che avete intenzione di utilizzare nel vostro scatto.
  • Distanza del soggetto: misurate sommariamente la distanza dell’obiettivo dal soggetto, nn è necessario essere precisi al millimetro a meno che non abbiate un macro e la vostra intenzione sia di fare un ritratto a una formica.

Calcolatore Profondità di Campo

 Nella sezione “risultato” troviamo altre quattro voci: distanza iperfocale, distanza minima accettabile, distanza massima accettabile, profondità di campo. 

Parlando di distanza iperfocale torniamo al signore con il cappello che ne ha fatto una vera e propria firma, ogni suo paesaggio infatti è caratterizzato da un’elevata varietà tonale dovuta alla particolare tecnica di esposizione, e una notevole profondità di campo. 

Come potete vedere in questa fotografia tutto è perfettamente nitido, Mr. Adams infatti calcolava l’iperfocale in fase di scatto, ovvero la distanza minima del soggetto dall’obiettivo oltre la quale ogni elemento appare nitido fino all’infinito

Tornando alla nostra tabella vediamo due valori molto utili nella Food Photography, ovvero la minima e massima distanza accettabile. All’interno di queste due misure tutto ciò che riprenderete sarà accettabilmente nitido, in parole povere è la misura della PDC, infatti se sottraete il valore della distanza minima da quella massima ottenete il valore che nella tabella è definito profondità di campo.

Come si distribuisce la PDC in relazione al soggetto a fuoco? La risposta a questa domanda si trova nell’ultima sezione della tabella, dove troviamo la misura dell’area nitida prima e dopo il soggetto a fuoco.

Fino a qui sembra tutto molto semplice, se voglio molta profondità di campo chiudo il diaframma e se desidero un bello sfocato lo apro! E invece no, anche in fotografia vale la legge di Murphy, “se qualcosa può andar male, lo farà“. Dove sta la fregatura? La fregatura, o più precisamente le fregature sono la diffrazione, l’aberrazione cromatica, la vignettatura e il flare

Di tutti questi problemi la vignettatura poco incide sull Food Photography (a meno che non abbiate una full-frame), in genere è un’affezione tipica delle lunghezze focali grandangolari, mentre le altre tre  purtroppo sono “gatte da pelare”.

 

 

Prendiamo come riferimento un particolare al 100% della foto scattata a f/8, un’apertura di diaframma che rientra nel range ottimale dell’obiettivo. Non ci sono aberrazioni cromatiche, il dettaglio è  tutto sommato elevato e non si nota nessuna foschia, il mio  Sigma 50mm f/1.4 EX DG HSM in queste condizioni lavora bene.

f/16 è la massima chiusura consentita sul mio 50mm, e direi che la Sigma è stata saggia visto che si vedono i primi segni della diffrazione, notate come la butteratura del metallo e i contorni del fregio siano meno netti e nitidi rispetto a f/8, perchè? 

Quando la luce passa attraverso un ostacolo (in questo caso il foro del diaframma) i fasci luminosi variano il loro angolo a causa di una serie di diversi fenomeni di interferenza. Come vedete dalla seconda illustrazione i fasci luminosi si aprono a ventaglio, in questo modo una percentuale della radiazione luminosa va oltre al sensore e parte dell’informazione si perde, producendo foto meno dettagliate. Questa è una spiegazione molto sommaria, in realtà la diffrazione è un fenomeno complesso che si riflette su qualsiasi tipo di onda, ma per quanto ci riguarda è sufficiente per capire che scattare con il diaframma molto chiuso per aumentare la profondità di campo non è  saggio poiché va tutto a discapito della nitidezza.

Questa fotografia rappresenta il motivo per cui io non scatto mai a f/1.4. A meno di non avere un obiettivo professionale scattare al primo valore di f disponibile non è mai una buona idea, in queste condizioni siete infatti al massimo dell’aberrazione cromatica, la PDC è praticamente inesistente, i bordi mancano totalmente di dettaglio, per non parlare del “flare“, ovvero la foschia dovuta alla luce che entrando frontalmente o con angoli radente rispetto alla lente  crea strani riflessi all’interno dell’obiettivo che si traducono con perdita di nitidezza e rumore digitale.

Il mio consiglio spassionato è quello di provare quello che avete letto in questo articolo, per toccare con mano e capire quali sono i limiti della vostra attrezzatura, in questo modo acquisirete confidenza e imparerete a usarla al meglio.

Buona Luce!

Print Friendly Version of this pagePrint Get a PDF version of this webpagePDF

  • 38
  •  
  •  
  •  
  • 1
  •  
torta alle carote gluten free
Precedente
Torta di Carote (Gluten-Free)
thumbprint
Successivo
Thumbprints

5 Commenti Nascondi Commenti

Davvero un post bellissimo, chiaro e pieno di informazioni utili. Mi ha molto colpito la cosa della distanza iperfocale. Non sapevo che oltre una certa distanza tutto risultasse a fuoco fini all’infinito. La foto di Adams è fantastica, pensando che non c’è nessun post processing

Le foto di Adams sono per me emozionanti e meravigliose ma il post-processing c’è… eccome se c’è. Lui poi era un artista, ha inventato l’HDR e anche se non aveva photoshop processava a lungo le sue foto in camera oscura, altrimenti non avrebbe ottenuto questi risultati stupefacenti. Se io potessi rinascere vorrei essere una mosca nella camera oscura con Ansel Adams ma non posso… allora ogni tanto mi emoziono guardando filmati come questo di cui ti lascio il link. https://www.youtube.com/watch?v=_2mQsUIc97E

Vedono pixellato? Non lo sapevo! Vabbè una farfalla che meglio si addice alla mia innata leggiadria…. anche se sarei probabilmente finita infilzata in qualche bel quadretto… Facciamo che continuo a lavorare di fantasia….

Aggiungi un commento

Quest'immagine è proprietà intellettuale di Stefania Casali.